DAL RAKU ALLA PITTURA, E RITORNO

Il percorso artistico di Carla Peccolo

Curiosamente duplice appare l'attività artistica di Carla Peccolo, come è delle facce di una medaglia, di una duplicità a prima vista inconciliabile. Da un lato la passione originaria per una tecnica non facile, non diffusa, antica e modernissima al tempo stesso come il Raku, nella variante ancor più preziosa del Raku dolce. Tecnica essa stessa curiosamente inafferrabile se da un lato trae origine dalle antiche terre sigillate di tradizione romana, dall'altro è stata inventata in Giappone nel XVI secolo da un artigiano di nome Chojiro, dall'altro ancora, nella variante dolce, è stata messa a punto dal maestro fiorentino Giovanni Cimatti. Sul corpo ceramico di argilla porosa vengono stese pennellate di patine argillose finissime ad effetto vetrificante. Gli ossidi consentono di giocare con una limitata gamma di colori che vanno dall'arancio al giallo al verde all'azzurro mentre il raffreddamento in atmosfera ricca di fumo consente di ottenere diverse tonalità di neri. L'estrazione dal forno a temperature elevate (più basse nel raku dolce) produce nelle mani sapienti dell'artigiano uno choc termico che genera sulla superficie una serie di microfratture, un effetto di preziosità e di antichità che rende la ceramica unica, vibrante, verrebbe da dire sofferente nei suoi colori.

 

Tecnica difficile, come si vede, dagli effetti non sempre prevedibili, ma che nelle mani di Carla Peccolo genera delle serie fantastiche di pannelli iridescenti, dal cromatismo intenso e ricercato.
L'artigiano fa a gara con l'artista e vengono esperiti via via suggestivi accostamenti di materiali o montaggi che consentono di "giocare" il pannello ceramico in forme nuove. Come quando esso pare ingabbiato, legato in una rete di fili metallici, in una combinazione al cui interno il pieno e il colorato emergono prepotenti sul vuoto incolore della trama.

C'è una preoccupazione che subito emerge nel colloquio con Carla: la paura che la dimensione artigianale resti primaria agli occhi del pubblico, che la ceramica rimanga comunque ai margini del vasto territorio dell'arte con la A maiuscola, fatta di pittura, di scultura, semmai, non di manufatti vicini pericolosamente a una finalità decorativa o addirittura funzionale. Il territorio dell'arte è vasto e la preoccupazione forse è eccessiva, ma la risposta non pare sufficiente se è vero che la domanda di Carla l'ha portata a ripartire da un altro versante per scalare la montagna, per accostarsi alle fonti divine del fare artistico.

Con pazienza e umiltà, infatti, Carla da qualche anno ha preso in mano la matita, i pennelli, gli oli e si è misurata con la tela come se solo la lotta diretta con il supporto per eccellenza potesse garantirgli l'accesso alla dimensione dell'arte. I corsi dell'accademia a Venezia, la frequentazione assidua di maestri come Giancarlo Zaramella, il coraggio di rimettersi in gioco hanno prodotto una serie di quadri visibili nella mostra in cui la mano pare sicura, il disegno risulta dominato con precisione di linee, mentre colori, luci ed ombre creano un insieme efficace, una composizione equilibrata.

I temi sono quelli più difficili: volti, nudi femminili, figure umane in atteggiamenti vari. Spesso sono copie dal vivo, esercitazioni che mantengono a volte un sapore di accademia, di apprendistato e rimangono ancora ancorate alla dimensione di un corretto figurativo.
Eppure occorre passare in rassegna le due serie di opere, le terrecotte da un lato e gli oli dall'altro, per cogliere un traguardo comune, una direzione che, partendo come si diceva da modi lontanissimi, in prospettiva lascia intravedere la felicità di una sintesi originale. Lo sforzo di fondere le due tecniche (poco cambia se si tratta di gesto inconsapevole) porta l'artista a trasferire su ceramica le movenze del figurativo, a evocare corpi, visi, posture con la ristretta gamma di colori e sfumature consentita dalla tecnica Raku. L'esito è doppiamente felice.

La pittura figurativa innanzitutto esce da una dimensione strettamente realistica e piegandosi alle esigenze di una tecnica e di un materiale diversi dall'olio e dalla tela è costretta a un lavoro di essenzializzazione. In tal modo essa subisce un processo di astrazione che la fa uscire dalle pastoie del realismo, per onirico che fosse. La ceramica d'altro canto cessa di essere soltanto gioco di colore, stupore per gli esiti incontrollabili di cotture e pigmenti; diventa via via più esigente, amplia le sue possibilità per ospitare un discorso. Si vedano i quattro straordinari pannelli sulla donna e gli elementi naturali per vedere quali esiti possono derivare dall'incontro dei due sentieri di cui abbiamo detto. Ed è proprio su questa linea che ci permettiamo di suggerire all'artista di proseguire la sua ricerca, fertile e potenzialmente infinita.

Per sviluppare dei temi che paiono già pienamente maturi, personali, approfonditi in una ricerca e in uno scavo coraggioso ed entusiasta. La donna è al centro della ricerca di Carla, la donna nella sua bellezza, certo, nella sua capacità seduttiva, ma fuori da ogni visione facile e semplificata. Della donna si racconta anche il dramma della segregazione, la mortificazione imposta in alcuni contesti e in alcune culture, la violenza sul corpo e sull'anima che resta un triste capitolo della modernità. Della donna si racconta anche la sciocca pretesa di emulare il maschio che nasce da una falsa lettura della storia di emancipazione femminile e che dà spesso esiti aberranti e capaci di snaturare dal di dentro la vera essenza della donna. Nell'acqua, nell'aria, nella terra e nel fuoco la ritrova invece Carla Peccolo, nella dimensione originaria che la ricollega agli elementi primari. Donna-vento, donna-albero, donna-fiamma, questi sono i piccoli miracoli che troviamo sulle lastre di terracotta: i colori bastano a parlare di una fusione indistricabile, e la fusione ritrovata rende inavvertito il passaggio da un pannello all'altro, da un contorno figurativo ad uno astratto. I volti si intersecano e il delfino è già una donna, un ventre è già un canneto e una palude, un'onda è l'inarcarsi di una donna-sirena.

Un caso mirabile di come la difficoltà tecnica, le esigenze e i limiti del materiale rendano al tempo stesso incisivo e leggero un discorso, stemperino l'urgenza della denuncia nell'allusione del procedere artistico, ripropongano una argomentazione e un'idea nelle forme della suggestione e dell'emozione vibrante di colore.

Felice, infine, la scelta di dialogare con la poesia e di chiamare in causa anche una componente musicale. Non nuova, certo, come soluzione per l'apertura di una mostra, ma in questo caso particolarmente suggestiva perché l'arte di Carla approda proprio a quel confine in cui le cose ritratte consentono ancora un discorso, si lasciano tradurre in parole, ma già trascolorano in una visione altra, già stanno per farsi evocazione pura, suono appunto. Quel limite in cui le cose sono ancora ma già sfumano in emozione.

11 ottobre 2009 – Castello di Toppo (Travesio PN) - Personale

Paolo Venti

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